| 21/07/2005 | |
Giulio IACOLI |
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Informatrice o sabotatrice? Zazie e l'antropologia della modernità quotidiana, tra Queneau e gli studi di de Certeau |
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Se al centro dell’interpretazione dei personaggi sta la discussione sull’identità dello zio Gabriel/Gabrielle, ballerino en travesti al Mont-de-Pitié (e su di lui il pressing di Zazie si manifesta nell’angosciante interrogativo su cosa sia un hormosessuel), nondimeno è l’essenza della città stessa, o meglio ancora, di una nazione postbellica rappresentata per sineddoche dalla sua capitale, a essere messa in discussione nei suoi riti fondativi, nella sua ragione monumentale: si ricorderà l’esilarante corsa in taxi ad inizio di romanzo dove Gabriel discute di continuo con l’autista e proprietario del mezzo, l’amico Charles, sull’individuazione – sempre da entrambi sventatamente azzardata e sempre frustrata dalla verità dei fatti – dei singoli luoghi monumentali di Parigi.
Zazie giustamente berteggia l’ignoranza dei due, irrompe nel continuum di una descrizione neomitologica dell’allure parigina con il rigore oppositivo di chi contesta e impugna le regole del gioco: la città dovrà essere da lei ridisegnata secondo un modus vivendi alternativo. Così, per denegare la virtualità di una sua formazione culturale, la giovinetta risponde allo zio che si perita di asserire la veridicità delle sue informazioni storiche e spaziali nel modo seguente: – Zazie […], si ça te plâit
de voir vraiment les Invalides et le tombeau véritable du vrai Napoléon,
je t’y
conduirai. Ma se Zazie appare uno strumento nelle mani di Queneau per vedere simili moderni tableaux parisiens, la realtà vivente dell’organismo urbano, è altrettanto vero che attraverso di lei si vedono la storia, la letteratura, immancabilmente deformate. In questo senso, Zazie è concepibile come una nuova Albertine o un’anti-Albertine, mi sembra: se l’eroina proustiana in cattività, in un noto episodio rivelatore, lascia trapelare indignata la sua paura di rompersi certe parti intime per la noia, quella di Queneau manifesta la volontà di romperne altre (come bene tradusse il nostro Fortini) ad altri antagonisti avventizi, che ne interrompano, per così dire, la libertà inventiva e la particolare necessità di esprimersi. E, come il suo antimodello proustiano, nel proseguire la sua visita allo zio, Zazie fugge, da casa come dall’ascesa alla Tour Eiffel, imprimendo al racconto una velocità di azione e una fluidità nella derivazione di un episodio da quello precedente delle quali Louis Malle, nel visualizzare per immagini il romanzo, non potrà non tenere conto, rievocando poi in un’intervista il carattere avventuroso, frenetico e oltremodo giovane, della sua pellicola. Ma fermerei per un attimo il vortice delle monellerie di Zazie, e il loro trasfondersi in nuovi incontri sempre con personaggi-limite (presunti satiri, tardone, flics…), per contestualizzare meglio le affermazioni iniziali sulla natura squisitamente antropocentrica e antropologica del romanzo. Anzitutto, richiamerei la figura di Marc Augé, la sua pervasiva osservazione metropolitana come forse una delle sue idee più fortunate, la teorizzazione dei non-luoghi. Se possiamo anche solo pensare a Queneau, in maniera per certi versi non dissimile da Borges, come a uno tra i primi inventori di spazialità postmoderne, non sfuggiranno altre presenze imponenti nella quotidianità descritta dai suoi romanzi, che difficilmente potremmo evitare di ascrivere agli odierni non-luoghi: lo spettacolare Uni-Park, il grande parco di divertimenti che verrà misteriosamente dato alle fiamme nottetempo in Pierrot mon ami, il quale svetta nella banlieue per essere riconoscibile ovunque, mondo fittizio che riproduce al suo interno le regole dell’isolamento sociale per il malinconico protagonista; oppure il tentacolare camping meta di avventurosi turisti stranieri, distante cinquecento metri dalla chiatta ormeggiata sulle rive parigine dal Cidrolin punitore di se stesso delle Fleurs bleues (lo ricordo, è egli stesso l’autore delle scritte infamanti e anonime sul suo conto che alla mattina vengono scoperte sulla palizzata di fronte all’imbarcazione, e che ci rimandano a un enigma celato nel suo passato). Accanto a simili modelli, l’esplorazione di Zazie si incarica di localizzare eventi, associazioni di luoghi e di persone, come avviene per il confusionario pullman di turisti francofili (siamo davvero prossimi all’episodio delle turiste anglofone in gita alla Parigi di Playtime di Jacques Tati) che rapisce Gabriel per essere poi raggiunto dalla ragazzina nei pressi di un’altra meta monumentale, la Sainte-Chapelle – e tutto questo grazie all’incontro fortunoso con il timido vigile Trouscaillon, che non si rivelerà essere altri se non il presunto satiro che le ha acquistato in mattinata, al Marché aux puces, un paio di seducenti bloudjinnzes! Ma, accanto alla localizzazione, e dunque a un processo di messa a fuoco, di esplicitazione delle singole icone nazionali come motivi organizzatori del racconto, si verifica un procedimento di continua delocalizzazione, di rifacimento discorsivo degli ancoramenti spaziali minimi della vicenda: il lettore è condotto a perdersi, a smarrire la certezza dei percorsi stabiliti – il rispetto per le icone stesse, per la propagazione ufficiale della memoria – per seguire il moto spiazzante della coscienza-Zazie, la quale a sua volta, secondo Barthes, tende a rivestire un ruolo utopistico: le sue domande su Parigi restano inevase, come pure la sua quest moderna per il métro, bloccato dallo sciopero. Allora, il suo risulta essere meno un tourbillon che un détour, un continuo aggirare gli ostacoli, le resistenze dell’opinione comune per affermare la legittimità del proprio modo di collazionare idee sul mondo; un esercizio insopprimibile, una forma quasi automaieutica di risposta alle sollecitazioni della quotidianità. È a partire da queste considerazioni che richiamo allora quella che è la seconda auctoritas a presiedere questa breve analisi: l’osservazione ravvicinata, da parte di Michel de Certeau, delle pratiche di spazio raccontate nel suo fondamentale L’invention du quotidien, del 1980.
Si tratta di vedere come la letteratura, secondo
una recente formulazione di Gabriella Turnaturi, possa fungere da teoria
sociale prefigurante, offrire anticipazioni rispetto allo sviluppo di osservazioni
socio-antropologiche future. Nel caso specifico, la Parigi di Queneau non
andrà apparentata a un futuro dromocentrico, come nel quadro dell’antropologia
negativa, delle immagini
Così, il quotidiano e le oscillazioni dell’identità del singolo come del significato della parola ‘famiglia’ vengono affidati a un occhio sempre mobile, a una proiezione che dissolve nel riso continuo – nella creazione di scenari paradossali – la tentazione della fissità, di un giudizio definito una volta per tutte sul mondo rappresentato. Questo è quanto ho cercato di delineare come “costruzione antropologica” di Queneau, il suo significato letterario, ma forse altri, sorretti dallo scrutinio di Barthes, mi smentirebbero, localizzando la sostanza del romanzo nelle sue fondamenta linguistiche; forse ancora lo stesso Queneau, servendosi della sua creatura libertaria, incoercibile, proclamerebbe – e qui chiedo venia alla seria categoria degli antropologi – «Anthropologie mon cul!» |
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